Ritratto #5 Valeria / La città della conoscenza e i bar di quartiere

All’inizio per me Valeria era come una leggenda, la sorella di un’amica, che si era trasferita da Bologna a Parigi dove abitava ormai da anni.

Ho questo ricordo che mi salutava dalla finestra di casa sua, io ero in strada, e mi dava delle indicazioni per tornare a prendere la metro. Come delle vere italiane. E così avevo ripreso Rue Saint Maur, sterrata e polverosa, fino al Canal St. Martin, un po’ più giù.

Valeria è generosa, solare, e scoppia sempre a ridere, quando succede una sfiga fa questa risata irresistibile che annienta in un soffio le rabbie. E’ tenace, è forte, e allo stesso tempo ti sorprende con la sua modestia e timidezza. A Parigi il suo regno è tra Belleville e Montmartre… non so perché, ma a stare con lei, mi ricorda una quantità di film italiani anni ’50 ’60 e ’70, c’è qualcosa di molto poetico nel suo modo di fare.

Valeria è nata a Matera, e ha curato una mostra di foto di scena de Il vangelo secondo Matteo, il film di Pasolini girato proprio a Matera, presso la Mairie du XIII. E’ traduttrice e interprete, e docente di Traduzione. Vorrei chiederle, cosa ami di più di questa città ? Quali sono i tuoi posti preferiti che ti risollevano il morale quando ce n’è bisogno ? Qual è il tuo rapporto con la città, nel quotidiano ? E con la lingua francese ? E poi un bel giorno mi arriva la sua risposta…

Valeria M. : Sono arrivata a Parigi nel 2010, mi sono trasferita senza davvero rendermi conto della mia scelta, fatta per unire l’utile al dilettevole, proseguire gli studi e ricongiungermi con la persona che all’epoca amavo. Ho deciso di trasferirmi qui e poi quando è arrivato il momento di farlo mi è venuto un magone allucinante, un’ansia incredibile, mi immaginavo piccola piccola in una città troppo grande, nella metro sbagliando continuamente direzione e nelle strade tutte cosi uguali per me, chiedendo indicazioni in un francese ancora un po’ incerto. Ma ormai era fatta, mi sono ritrovata nella cuccetta di un treno in partenza da Bologna. Portavo con me gli ultimi anni passati a Ferrara chiusi dentro due valigie belle grandi. Avevo la febbre… mi sentivo uno straccio e lo stavo facendo davvero.

Ho vissuto in vari quartieri, tutti molto piacevoli e vivi: da Gambetta a Belleville, da noi detta anche beautiful town o bella città, passando per Montmartre, Buttes Chaumont e Batignolles. Belleville, dove abito attualmente, è il quartiere di Benjamin Malaussène, dove la Piaf è nata e cresciuta e dove dicono viva Leos Carax. E’ un quartiere che sta cambiando progressivamente, per far spazio agli artisti e alla culture. Ma resta pur sempre piacevole, un quartiere popolare, soprattutto se si resta sul Boulevard de la Villette o se si risale la collina, per raggiungere il belvedere proprio sopra al parco, lì dove c’è uno dei miei baretti preferiti.

Con i parigini ho un rapporto di amore/odio. Quando mi chiedono “stai bene a Parigi?” io rispondo sempre molto sinceramente, è una città che offre tanto ma è anche una città complicata, dove all’inizio si fa un po’ fatica ad inserirsi. Se non parli bene il francese, i parigini non fanno lo sforzo di capire quello che dici, come invece faremmo noi. Quando tu gli rivolgi una domanda, cercando di formulare una frase decentemente con un accento che assomigli al loro anche solo vagamente, loro ti rispondono con aria di sufficienza, peggiorando la situazione e facendoti incartare ancora di più.

La metro è uno di quegli argomenti a cui si potrebbero dedicare intere pagine, una città nella città, un luogo un po’ misterioso dove la gente si incontra continuamente e condivide spazio e tempo spesso senza scambiarsi una sola parola. La metro di Parigi è una Parigi sotterranea con parigini molto più severi ed esigenti di quelli di sopra, un luogo dove a volte mi è capitato che la gente mi guardasse male perché stavo canticchiando. Strano no? A volte sembra quasi che sia vietato essere contenti. Mi piace osservare la gente quando prendo la metro oppure per strada. Guardo il modo in cui vestono e come si comportano in mezzo agli altri, e inizio a chiedermi chi sono, che mestiere che fanno, come passano il tempo libero, che musica ascoltano. Il bello è quando, mentre viaggi nella metro o cammini per strada, incontri casualmente gente che conosci, magari gente che viene dalla tua città o persone che non vedevi da un secolo … è lì che ti rendi conto che Parigi non è affatto enorme come te la immaginavi e che anche qui ti puoi sentire un po’ a casa. E’ una delle sorprese che ogni tanto questa città ti fa, quando meno te l’aspetti.

Una cosa che mi stupisce dei francesi e che per certi versi ammiro è quel pizzico di leggerezza con cui riescono a non prendere troppo a cuore le cose, le accettano senza piangersi troppo addosso. Davanti a una sfiga voltano pagina velocemente. A volte questa leggerezza si trasforma in indifferenza e nel peggiore dei casi in egoismo e allora hai paura di essere contagiata, inizi a pensare che a vivere qui prima o poi si diventa cosi. Invece poi ripensi alle persone che conosci, agli amici di cui ti circondi ogni giorno e pensi, tirando un sospiro di sollievo, che sarai sempre al riparo.

I miei posti preferiti a Parigi sono i baretti più semplici e retrò, quelli frequentati dalla gente del quartiere, dove incontri sempre qualcuno con cui scambiare due chiacchiere e dove puoi sempre ascoltare bella musica dal vivo. La Veilleuse è un posto così: accogliente, raccolto e amichevole. Tutte le sere c’è qualcuno che suona, dal repertorio della “chanson française” alla musica da tutto il mondo e un po’ tutti gli artisti di Belleville vengono qui ad esibirsi.

E’ bello guardare Parigi da lassù quando tramonta il sole. Oltre il parco sottostante, si vede quasi tutta la città. Dopo i picnic al parco con gli amici, andare a guardare il tramonto su al belvedere è un po’ una tappa obbligata: come per un accordo tacito, senza neanche dircelo, saliamo anche solo per restare 5 minuti assorti davanti al cielo e alla città che ti divora, quasi a voler concludere la giornata incorniciandola da lassù.

Di domenica, al belvedere di Belleville, c’è spesso il mercato. E’ principalmente un mercato di generi alimentari ed è sempre pieno di gente. Mi piace le persone intente a negoziare o anche solo a parlare tra di loro. Mi piacciono i mercatini, soprattutto quelli in cui la gente vende cose proprie di cui vuole disfarsi. Si chiamano “vide-grenier”, letteralmente “svuota-solaio”, e qui ce ne sono tantissimi in ogni quartiere di Parigi, quasi tutti i fine settimana, soprattutto quando il clima diventa più mite. La gente partecipa volentieri e per molti è anche un modo per fare vita di quartiere. Spesso non vendono neanche la metà degli oggetti che hanno esposto, ma il guadagno basta sempre almeno per coprire il costo della superficie utilizzata e sicuramente si torna a casa contenti per aver scambiato due chiacchiere ed aver condiviso una bottiglia di vino e una “planche de fromage” col vicino di bancarella. In questi posti puoi ancora contrattare, anzi, come dice un mio amico, devi contrattare. E’ anche questo il bello. Per pochi soldi puoi avere di tutto, e la soddisfazione è ancora più grande quando torni a casa.

A volte a Parigi puoi trovare anche oggetti quasi nuovi per strada. Una volta al mese, i parigini mettono in strada oggetti che non vogliono più in casa, si chiamano “les encombrants”, gli oggetti ingombranti. Spesso sono oggetti rotti e inservibili ma a volte, soprattutto nei quartieri più ricchi, può capitare di trovare cose stupende e quasi nuove. Una volta ho trovato una bellissima drum machine, funzionava perfettamente e l’ho regalata a Paolo. Anni fa, nel quartiere di Opéra, intorno alle 2 di notte, tornando da una magnifica serata con degli amici lucani, ci imbattemmo in una meravigliosa poltrona bianca di pelle. Ora quella poltrona è in Basilicata.

Tutto questo scenario è per me una fonte continua di ispirazione e di apprendimento: le persone per strada, nella metro, al mercato, nei bar, in questi 4 anni e mezzo sono cresciuta e continuo a crescere giorno per giorno. Mi piacciono la musica, i libri, la fotografia, scopro cose nuove e me ne innamoro. Amo andare al cinema, anche da sola. E’ un rito rilassante e favorisce la riflessione. Posso vedere film in lingua originale con i sottotitoli, come piace a me. Il doppiaggio mette un filtro in più e non ti fa comprendere appieno certe sfumature della lingua che non possono essere rese completamente nei dialoghi tradotti. E poi ascolti le voci vere degli attori e le varie tonalità e cadenze che assumono. Oltre ad essere un buon modo per combattere la pigrizia, può anche essere un bell’esercizio linguistico. Anche con la lingua francese, non smetto mai di imparare. Amo il mio lavoro e soprattutto la ricerca che c’è dietro, mi piace apprendere continuamente espressioni e termini idiomatici, di cui la lingua francese è ricchissima, per poi servirmene in vari contesti.

Sono fortunata ad essere qui, anche se mi manca molto la mia terra. Ed è per questo che cerco di mantenere i contatti, partecipando alla vita culturale della mia regione, anche a distanza. Sogno di tornare a casa più ricca di esperienze e di cultura da condividere. Per ora, un po’ per scelta, un po’ per opportunità, mi godo la mia Parigi, con tutti i suoi pregi e difetti.

 

Valeria / La ville de la connaissance et les bars du quartier

Au tout début Valeria était pour moi une légende, la sœur d’une amie, qui avait déménagé de Bologne à Paris, où elle avait vécu pendant des années.

Je me rappelle très bien d’un jour où elle me salua de la fenêtre de son appartement, j’étais dans la rue, tandis qu’elle me donnait les indications pour prendre le métro. Comme des vraies Italiennes. Et donc j’avais repris la Rue Saint Maur, sale et poussièreuse, jusqu’au canal Saint-Martin, un peu plus en bas.

Valeria est généreuse, gaie, et quand il arrive une guigne elle éclate de rire, un rire irrésistible qui anéantit toute la colère en un éclair. Elle est tenace, forte, et au même temps vous étonne avec sa modestie et sa timidité. Elle me rappelle un air de films italiens des années ’50, ’60, et ’70, car il y a quelque chose de poétique en elle.

Valeria est originaire de Matera, et elle a organisé une exposition de photos de scène de Il vangelo secondo Matteo, le film de Pasolini tourné à Matera, et c’était à la Mairie du XIII. Elle est traductrice et interprète, et professeure de Traduction. J’aimerais lui demander, qu’est-ce que tu aimes le plus de Paris ? Quels sont tes endroits préférés à visiter – quand tu n’as pas le moral ? Quelle est ta relation avec la ville au quotidien ? Et avec la langue française?

Et puis un jour j’ai eu sa réponse …

 

Valeria M. : Je suis arrivée à Paris en 2010, j’ai déménagé sans vraiment me rendre compte de mon choix, motivé par l’envie de mêler l’utile à l’agréable, de poursuivre les études et rejoindre la personne dont j’étais amoureuse à l’époque. J’ai décidé de m’installer ici et, au moment de le faire, j’ai eu une mauvaise sensation, j’étais angoissée, je m’imaginais toute petite dans une ville trop grande, en train de me tromper de direction en permanence dans le métro, paumée dans des rues toutes tellement semblables pour moi ou en train de demander des indications en français encore un peu hésitant. Mais désormais c’était fait et je me suis retrouvée dans la voiture-lit d’un train au départ de Bologne. J’apportais mes dernières années passées à Ferrare dans deux grosses valises et j’avais de la fièvre… Je me sentais comme une loque, mais j’étais en train de le faire pour de vrai.

J’ai vécu dans plusieurs quartiers, tous très agréables et vivants : de Gambetta à Belleville, en passant par Montmartre, Buttes Chaumont et Batignolles. Belleville, où j’habite à l’heure actuelle, c’est le quartier de Benjamin Malaussène, le quartier où Édith Piaf est née et a grandi, le quartier où apparemment Leos Carax habite. C’est un quartier qui change progressivement, pour accueillir les artistes et la vie culturelle. Mais cela reste toujours un agréable quartier populaire, surtout si on reste sur le Boulevard de la Villette ou en remontant la butte, pour arriver au belvédère juste au-dessus du parc, là où il y a l’un des mes bars préférés.

J’ai une relation amour-haine avec les Parisiens. Lorsqu’on me demande si je me plais à Paris, je réponds toujours très sincèrement : c’est une ville qui offre beaucoup d’avantages, mais c’est aussi une ville compliquée, où l’on peut avoir du mal à s’intégrer au début. Si l’on ne parle pas très bien français, en général les Parisiens ne font pas l’effort de comprendre ce que l’on essaie de dire. Si on leur pose une question, en essayant de formuler une phrase décemment et d’imiter de loin leur accent, ils répondent « pardon ? » avec une attitude de suffisance, qui ne fait qu’empirer la situation et qu’on s’embrouille encore plus.

Je pourrais dédier des pages entières au métro parisien : c’est une ville dans la ville, un lieu un peu mystérieux dans lequel les gens se croisent tous les jours et où ils partagent l’espace et le temps souvent sans échanger un seul mot. Le métro parisien est un Paris souterrain où les Parisiens sont bien plus sévères et exigeants par rapport à ceux d’en haut, un lieu où parfois il m’est arrivé que les gens me regardent d’un sale œil parce que j’étais en train de chantonner. C’est bizarre, non ? On dirait presque qu’on n’a pas le droit d’être content. J’aime bien regarder les gens dans le métro ou même dans la rue. Je regarde leur façon de s’habiller et leur attitude envers les autres, et je me pose des questions sur leur vie, leur travail, leur loisir, la musique qu’ils écoutent. Ce que je préfère c’est quand, dans le métro ou dans la rue, je rencontre par hasard des gens que je connais, des gens de mon coin ou que je ne voyais pas depuis longtemps… et c’est là que je me rends compte que Paris n’est pas du tout énorme comme je croyais, et que même ici je peux me sentir un peu chez moi. C’est l’une des surprises que cette ville me fait, des temps en temps, quand je ne m’y attends pas.

Une chose qui m’étonne et que d’un côté j’admire chez les Français est cette touche d’insouciance qui leur permet de ne pas prendre à cœur les problèmes, ils les acceptent sans trop s’apitoyer sur leur sort. Parfois cette insouciance devient indifférence ou, dans le pire des cas, égoïsme et là j’ai peur d’être contaminée, je commence à croire que je finirai comme ça, un jour ou l’autre. Puis, je repense aux gens que je connais, aux amis avec lesquels je m’entoure tous les jours et je pense, en poussant un soupir de soulagement, que je serai toujours à l’abri.

Mes endroits préférés à Paris sont les petits bars au style simple et rétro, des bars fréquentés par les gens du quartier, où l’on croise toujours quelqu’un avec qui discuter et on peut écouter de la bonne musique live. La Veilleuse est un endroit comme ça : accueillant, intime et amicale. Il y a des concerts tous les jours, on joue de la chanson française et de la musique du monde et presque tous les artistes de Belleville viennent ici pour jouer.

C’est beau de regarder Paris de là haut au coucher du soleil. On peut voir le parc en dessous, mais on a surtout la vue sur la ville entière. Après nos piqueniques au parc avec les copains, monter au belvédère pour voir le couché du soleil est presque une étape obligée : comme par un tacite accord, nous y allons même pour rester juste 5 minutes devant le ciel qui nous dévore, presque pour terminer la journée dans ce joli décor.

Le dimanche, au belvédère de Belleville, il y a souvent le marché. On y trouve surtout des fruits et des légumes et il y a toujours beaucoup de monde. J’aime les regarder en train de négocier ou même simplement de discuter. J’aime les petits marchés, surtout ceux où les gens vendent des objets dont ils veulent se défaire. Ce sont les « vide-greniers » : il y en a beaucoup un peu partout dans Paris, tous les weekends, surtout quand il fait plus chaud. Les gens du quartier participent volontiers et souvent c’est même une façon de participer à la vie du quartier. Souvent, ils arrivent à vendre même pas la moitié des objets exposés, mais le gain est toujours suffisant pour couvrir le coût de la place utilisée et sûrement on va rentrer à la maison heureux d’avoir bavardé et partagé une bouteille de vin et une “planche de fromage” avec le voisin de banc. Dans ces endroits-ci, on peut toujours marchander, ou mieux, comme le dit l’un de mes amis, il faut marchander. ça aussi, c’est sa beauté. Pour très peu d’argent, on peut avoir tout, et la satisfaction est encore plus grand quand on rentre chez soi.

Parfois à Paris, dans la rue, on peut trouver également des objets presque nouveaux. Une fois par mois, les Parisiens mettent dans la rue des objets qui ne veulent plus à la maison, ils sont appelés “les encombrants”, les objets encombrants. Souvent ce sont des objets brisés et inutiles, mais parfois, surtout dans les quartiers riches, on peut trouver des choses merveilleuses et presque nouvelles. Une fois, j’ai trouvé une drum machine fantastique, elle marchait parfaitement et je l’ai offerte à Paul. Il y a des années, dans le quartier de l’Opéra, à peu près à deux heures de la nuit, de retour d’une merveilleuse soirée avec des amis Lucans, nous sommes tombés sur un très beau fauteuil blanc en cuir. Maintenant ce fauteil se trouve en Basilicate.

Ce scénario est pour moi une source constante d’inspiration et d’apprentissage : les gens dans la rue, dans le métro, au marché, dans les bars, dans ces quatre années et demi je suis grandie et je continue à grandir de jour en jour. J’aime la musique, les livres, la photographie, je découvre de nouvelles choses et j’en tombe amoureuse. J’aime aller au cinéma, même toute seule. C’est un rite de détente et encourage la réflexion. Je peux regarder des films dans leur langue originale avec sous-titres, j’aime bien ça. Le doublage met un filtre de plus et ne laisse pas comprendre certaines nuances de la langue qui ne peuvent pas être parfaitement traduites dans les dialogues. Et puis je peux écouter les vraies voix des acteurs et les différents tons et les cadences qui assument. En plus d’être un bon moyen de lutter contre la paresse, ça peut être aussi un bon langage d’exercice. Même avec la langue française, je ne cesse jamais d’apprendre. J’aime mon travail et surtout la recherche qui comporte, j’aime apprendre continuellement des expressions et des termes idiomatiques, dont la langue française est riche, pour les utiliser dans des contextes divers.

J’ai de la chance à habiter ici, même si ma terre me manque beaucoup. C’est la raison pour laquelle j’essaie de rester en contact avec elle, de participer à la vie culturelle de ma région, même à distance. Je rêve de rentrer chez moi plus riche en expérience et culture à partager. Pour l’instant, un peu pour choix, un peu pour opportunité, je profite de mon Paris, avec tous ses avantages et ses inconvénients.

Paris | marzo 15, 2018

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