Ritratto #4 Stefano / La Rive Gauche

Stefano ha abitato a Parigi da diversi anni, in quanto ricercatore di Filosofia alla Sorbona. E’ stato lui che per primo mi parlò di questa parte della città, la Rive Gauche, dove ha sempre vissuto. Ci piaceva vederci nel quartiere, andare a cenare al nostro ristorante vietnamita preferito. Memorabili i suoi racconti della vita alla Cité Universitaire, un campus con diverse case degli studenti internazionali, e speciale fu quel giorno che andammo insieme alla Festa della Walpurgis, un rito di purificazione svedese per la nuova stagione in cui si appicca un enorme falò e si esprimono desideri in foglietti da gettare tra le fiamme.

Ecco il ritratto di Parigi scritto da Stefano.

Stefano Cossara : Parigi per me è prima di tutto il posto dove sono diventato adulto. Arrivai che avevo 28 anni e nessuna esperienza di vita all’estero. Arrivai a inizio 2008, in un freddo pomeriggio di metà gennaio. Avevo con me solo una sola valigetta, e qualcuno mi domandava: “Una sola valigia? Ma come fai?”. “Ho tutto quello che mi serve” rispondevo. In realtà avere poco bagaglio era un modo di esorcizzare la fatica del distacco. Era un modo di convincermi che sarei tornato presto, che alla fine l’Italia era vicina, che quei 1000 chilometri valevano appena un’ora e venti di aereo. Perché alla fine la mia scelta di venire in Francia era in fondo una scelta forzata – determinata dal fatto che il mio paese non era riuscito a garantirmi nemmeno la possibilità di cominciare un dottorato di ricerca. Il momento era difficile, mia madre era morta da poco, io uscivo provato da cinque concorsi di dottorato tentati in Italia, con gli esiti fallimentari che sono prevedibili quando fanno difetto appoggi e padrini. La forza di partire per me era soprattutto la forza della disperazione, e della consapevolezza che l’espatrio rischiava di essere l’unica alternativa al rassegnarmi ad una professione che non mi piaceva e non mi apparteneva.

Quella sera sperimentai la magia della Parigi notturna. La mattina successiva conobbi per la prima volta il meno gradevole sapore della solitudine. Andando a letto mi ero accorto che il caricabatterie del mio computer portatile non era adatto alle prese francesi. Così, con il notebook quasi scarico e un’approssimativa comprensione della topografia delle zone circostanti, mi immersi nel nugolo di stradine attorno al Carrefour des Gobelins alla ricerca di un adattatore universale di corrente. Fu quello il primo momento in cui compresi cosa significa far fronte alla quotidianità in una città in cui sei completamente solo. L’esperienza della solitudine sarebbe stata la più faticosa, ma anche la più formativa dei miei primi anni a Parigi.

Parigi per me è stata, in un passato ormai abbastanza lontano, anche la Cité Universitaire, una sorta di microcosmo verdeggiante e multiculturale sospeso tra Boulevard Jourdan e Boulevard Périphérique, tra Porte d’Orléans e Stade de Charléty, concepito per accogliere studenti e ricercatori provenienti da ogni angolo del pianeta. Parlo di microcosmo perché di fatto, quando sei dentro, hai l’impressione di vivere una dimensione del tutto distaccata dalla realtà urbana parigina. C’è gente che ci si perde, che passa settimane intere tra camera e mensa, risucchiata in una sorta di limbo che rischia di cancellare anche il ricordo degli impegni accademici. Hai l’impressione di poterti sedere là, sui gradini dell’ingresso; di vederli entrare adesso e uscire dopo mezz’ora, due anni consumati in un baleno da una macchina del tempo fatta di feste erasmus e picnic nel parco. Una macchina del tempo che per me non ha funzionato, dato che quando sono arrivato ero già abbastanza vecchio per resistere al suo charme, e abbastanza concentrato sulle mie ricerche per sapere che non mi sarei lasciato distrarre.

Lasciando la mia stanza alla Cité, ripiombai nell’incubo peggiore per ogni straniero che vive a Parigi: quello della ricerca di un alloggio. Giacché cercare una casa può essere un vero incubo per uno straniero, tra offerte improponibili, alloggi minuscoli (9 metri quadri è la superficie minima richiesta per poter affittare – legalmente – un monolocale), condizioni igieniche precarie, e la pressante richiesta di garanzie sul pagamento dell’affitto.

La prima tappa della mia odissea fu una stanza in subaffitto vicino a Glacière. L’appartamento era vecchio ma di tutto rispetto, il prezzo non propriamente modico, ma considerate le circostanze ero comunque convinto di aver fatto un affare. Cominciai però ad insospettirmi quando quella che si presentava come la proprietaria mi comunicò che non mi era permesso ricevere posta a quell’indirizzo. Essendo quello il mio unico indirizzo francese, la situazione mi poneva non pochi problemi. Compresi le ragioni di quell’apparentemente assurda richiesta quando mi accorsi che l’appartamento in cui alloggiavo era in realtà un logement social, cioè un alloggio di proprietà della Marie concesso in affitto ad un prezzo agevolato alla suddetta “proprietaria” – che mai avrebbe avuto il diritto di subaffittarlo e che temeva di essere scoperta dal portiere a causa della posta ricevuta a nome mio.

La seconda tappa fu il monolocale subaffittatomi da un amico italiano in zona Jeanne d’Arc. L’amicizia era autentica ed il prezzo onesto; il problema era che si trattava di un monolocale al pian terreno di un edificio vecchio e fatiscente, con un tasso di umidità elevatissimo, muffe sulle pareti e, dulcis in fundo, completa assenza di riscaldamento – il che mi impose di acquistare una stufa elettrica e trascorrere il resto dell’inverno in tuta termica.

I miei sforzi nella ricerca però furono ricompensati, e proprio mentre l’inverno volgeva al termine una fortunata coincidenza mi permise di prendere in affitto il monolocale che mi ha ospitato fino ad oggi. Un luogo che non scorderò, anche perché, fatta eccezione quella in cui sono nato e cresciuto, non ho mai vissuto tanto tempo in una casa. Mi ha ospitato per oltre tre anni, e purtroppo si avvicina il momento in cui lo dovrò lasciare, pressato dalla fine di un contratto che sfortunatamente non mi sarò rinnovato. Certe sere d’inverno mi accoglieva con i suoi 11 gradi di rientro da una giornata in biblioteca… come sa chi ha abitato all’ultimo piano, i tetti parigini spesso non sono il massimo quanto ad isolamento termico. Ma ciononostante gli ho sempre voluto bene. I suoi 25 metri quadri sono stati tutto in questi anni: cucina salotto bagno camera da letto e anche palestra, dato che l’ho attrezzato con tutto ciò che serve per la pratica del fitness. Mi mancherà la Rue de Patay.

Parigi per me è anche il regno delle biblioteche accademiche, che sono state per tanti anni il mio principale luogo di vita. Principale e in un certo momento quasi esclusivo, dato che nel periodo intercorrente tra l’uscita dalla Cité Universitaire e l’ingresso nel mio monolocale di Rue de Patay ci passavo non cinque, ma addirittura sei giorni alla settimana. Ricordo la biblioteca della Cité Universitaire, la prima in cui ho messo piede a Parigi; quella dell’Ecole Normale Supérieure, con il suo curioso amalgama di antico e moderno. Quella di Paris-Diderot, magari meno affascinante ma non meno accogliente, a pochi minuti a piedi da casa mia. E poi la Bibliothèque Mitterand, così monumentale da meritare ogni tanto una visita anche se non si ha voglia o bisogno di studiare. E soprattutto la biblioteca della Sorbona, che è stata ospitata per anni in Rue de la Valette, proprio a fianco del Pantheon, ma che a partire dallo scorso anno si è finalmente riappropriata della propria sede storica in Place de la Sorbonne. Sono felice di averla ritrovata lì dov’era nel 2008, il mio primo anno di dottorato, con un sacco di nuovi spazi e una Salle de Romilly restaurata e ancora più bella. Tornarci è stato come chiudere metaforicamente il cerchio del mio percorso di studi parigino.

Parigi è anche il luogo dove ho cominciato a praticare il krav maga, la mia preferita tra le tecniche di lotta a mani nude, sviluppata in seno all’esercito israeliano ed in seguito adattata all’uso civile. In Francia è arrivato prima e si è diffuso più rapidamente che in altri paesi, in particolare grazie all’instancabile attività di Richard Douieb, allievo diretto del fondatore Imi Lichtenfeld. Douieb tiene ancora i suoi corsi nel sous-sol del teatro che curiosamente porta il nome della mia città d’origine – il Théatre Trévise. Io ho praticato per un periodo sotto la guida di Patrick Vincent, a sua volta allievo di Douieb, personaggio debbo dire molto caratteristico, un po’ artista marziale e un po’ attore comico, con all’attivo anche qualche comparsata televisiva. Avrei voluto praticare di più, ma la filosofia era sempre là a ricordarmi che degli impegni non accademici sono un lusso che chi fa ricerca avrà sempre difficoltà a permettersi. La mia affiliazione alla disciplina però rimane forte. Il krav maga mi piace un po’ come mi piace la teoria deflazionista della verità1. Marziale l’uno, filosofica l’altra, ma entrambi sono forme di minimalismo: niente fronzoli e sovrastrutture, c’è solo quello che serve.

Parigi non mi ha adottato: e dopo quasi sette anni che ci vivo, la sensazione di essere uno straniero ce l’ho ancora forte – persino se a Jeanne d’Arc ormai mi sento a casa, ed il Quartiere Latino mi è familiare non meno del quartiere in cui sono nato. Ma in fin dei conti, è dalla fine dell’adolescenza che mi sento uno straniero anche nella città che mi ha dato i natali. Pensavo che sarei rimasto lo stretto necessario a terminare gli studi, invece a quasi sette anni dall’inizio del dottorato, e quasi tre dalla fine, è ancora Parigi che mi dà un lavoro ed un tetto. Non so quanta della mia esistenza passerò à Parigi; il futuro non è ancora scritto e sono felice che sia così.

Adesso, a pensarci, mi passano davanti agli occhi tante delle immagini che mi si sono impresse nella memoria in questi anni.

Le pareti illuminate della Conciergerie, che osservavo attraverso le vetrate di una brasserie sul lungo Senna la mia prima sera a Parigi.

Le luci del Quartiere Latino, la sera all’uscita dalla biblioteca della Sorbona.

Il Pont Neuf in tutta la sua maestosità, su cui ogni tanto mi fermo a scrutare la Senna, a volte calma, liscia come l’olio, altre increspata e tumultuosa, quasi a volersi sfogare rabbiosamente sulla pietra degli argini.

La Rue de l’Ecole de Médecine, un’isola di quiete tra il Boulevard Saint-Germain et il Boulevard Saint-Michel.

La Cour aux Ernests del 45 Rue d’Ulm, dove una volta ho visto un airone che si aggirava alla ricerca di prede attorno alla fontana, per sua sfortuna in quel momento sprovvista di pesci.

I cinema d’essai della Rue Champollion, un piccolo paradiso dei cinefili, sito giusto a lato di Place de la Sorbonne.

La skyline parigina che ho occasione di ammirare dalle finestre di casa di Daniel, che è stato mio direttore di ricerca ed è anche un caro amico, e che abita al ventesimo piano di una tour non lontana da Place d’Italie.

La mia passeggiata serale preferita, da Madeleine a Concorde passando per la Rue Royale, e poi sulle Tuileries fino al Louvre e a Pyramides.

I colori e gli odori del quartiere asiatico, con la sua architettura caratteristica, le sue lanterne ed i suoi innumerevoli ristoranti: potrebbero portarmici bendato, e mi basterebbe il profumo di cibo vietnamita per indovinare dove sono.

Il Passage Saint-André des Arts, che resta tuttora uno dei miei posti preferiti per un the o un drink.

Gli Champs Elysées nei pomeriggi d’estate, quando seduti su una panchina, all’ombra degli alberi di fronte ai Palais, ancora si riesce a sottrarne la bellezza al frastuono caotico della marea di turisti.

Non so se quanto tempo ancora trascorrerò a Parigi. Ma se me ne andrò, queste immagini le porterò con me, e mi accompagneranno per il resto della vita.

 

1 Nel corso dei millenni i filosofi hanno tentato di definire o analizzare la nozione di verità in una varietà di modi: come corrispondenza ai fatti; come coerenza all’interno di un insieme di credenze o proposizioni; come il risultato ideale dell’indagine razionale; eccetera. Il deflazionismo suggerisce che tutti questi tentativi sono erronei, in quanto la nozione di verità non identifica una proprietà sostanziale che possa essere analizzata o definita. La sola definizione che può essere fornita di questa nozione è implicita, e fa riferimento al cosiddetto “schema d’equivalenza”: <p> è vero se e solamente se p. L’utilità del concetto di verità sta nella sua funzione espressiva: essa può permettere di formulare generalizzazioni consistenti in congiunzioni infinite. Per una presentazione e una difesa del deflazionismo, si veda P. Horwich (1998), Truth. Oxford: Oxford University Press.

 

Stefano / La Rive Gauche

Stefano a vécu à Paris plusieurs années en tant que chercheur en philosophie à la Sorbonne. C’est lui qui m’a d’abord parlé de la Rive Gauche, où il a toujours habité. On aimait aller manger dans un resto vietnamien Rue de Choisy, et je garde en mémoire ses récits drôles et parfois mélancoliques de ses expériences à la Cité Universitaire, un campus avec plusieurs maisons d’étudiants internationaux, et ce jour-là où nous sommes allés à la Fête de Walpurgis, un rituel suédois de purification pour la nouvelle saison où un grand feu de camp est dressé et pour exprimer ses vœux il faut jeter des billets dans les flammes. Voici son Portrait de Paris.

Stefano Cossara : Paris pour moi est tout d’abord le lieu où je suis devenu adulte. Je suis arrivé en 2008, dans un après-midi de la mi-janvier. J’avais 28 ans et une seule petite valise. Quelqu’un m’a demandé : « Une seule valise ? Comment peut-elle suffire ? ». « Elle suffira. Il y a tout ce qu’il me faut » ai-je répondu. Avoir peu de bagage était en réalité un moyen d’exorciser la peine du départ. C’était une manière de me convaincre que je serais bientôt revenu, que finalement l’Italie était très proche, que ces 1000 kilomètres ne prenaient qu’une heure vingt d’avion. Parce que mon choix de venir en France était au fond un choix obligé – déterminé par le fait que mon pays n’avait pas pu m’assurer la possibilité de commencer un doctorat de recherche. Le moment était difficile, ma mère avait disparu récemment, moi je sortais épuisé de cinq concours de doctorat essayés en Italie – avec les résultats ruineux qu’on peut envisager lorsque manquent les appuis et les parrains. La force de partir était pour moi surtout la force du désespoir, associée à la conscience que m’expatrier était sans doute la seule alternative à celle de me résigner à une profession que je n’aurais jamais pu aimer.

Ce premier soir, j’expérimentai la magie de la nuit parisienne. Le matin suivant j’appris à connaître la saveur moins agréable de la solitude. En me couchant, je m’étais aperçu que le chargeur de mon ordinateur n’était pas compatible avec les prises françaises. Avec l’ordinateur presque à plat et une compréhension très approximative de la topographie des alentours, je me jetai alors dans la multitude de petites rues à côté du Carrefour des Gobelins, à la recherche d’un adaptateur universel. Ce fut à ce moment-là que je compris ce que signifie faire face au quotidien dans des conditions de solitude totale. La solitude est l’expérience qui m’a plus éprouvé, mais aussi plus endurci pendant mes premières années à Paris.

Dans un passé désormais assez lointain, Paris a été pour moi la Cité Universitaire – une sorte de microcosme verdoyant et multiculturel suspendu entre le Boulevard Jourdain et le Boulevard Périphérique, entre la Porte d’Orléans et le Stade de Charlety, conçu pour accueillir des étudiants et des chercheurs provenant des quatre coins de la planète. J’ai parlé de microcosme : en fait, quand on y habite, on a le sentiment de vivre dans une dimension entièrement détachée de la réalité urbaine parisienne. Il y a des gens qui s’y perdent, qui passent des semaines entières entre chambre et resto, perdus dans des sortes de limbes capables d’effacer même le souvenir des occupations académiques. On a l’impression de pouvoir s’asseoir sur les marches de l’entrée ; de les voir entrer maintenant et sortir une demi-heure après, deux ans passés en un clin d’œil entre fêtes erasmus et pique-niques dans le parc. Un risque que je n’ai pas couru, car j’étais suffisamment vieux pour résister à ces tentations, et suffisamment concentré sur mes recherches pour savoir que je me laisserais pas distraire.

Au moment de quitter ma chambre à la Cité, je retombai dans le pire cauchemar pour un étranger qui habite Paris : la recherche d’un logement. Oui, un vrai cauchemar : entre offres inacceptables, logements minuscules (9 mètres carrés est la surface légalement requise pour pouvoir louer un studio), conditions hygiéniques précaires, et la demande pressante de garanties sur le loyer. La première étape de mon odyssée fut une chambre en sous-location a côté de Glacière. L’appartement était vieux mais tout à fait respectable, le prix pas proprement modique, mais vu ma situation j’étais convaincu d’avoir fait une bonne affaire. Je commençai à avoir des soupçons lorsque la femme qui se présentait comme la propriétaire me communiqua qu’il m’était interdit de recevoir du courrier à cette adresse. S’agissant de ma seule adresse parisienne, cette situation me posait un vrai problème. Je compris les raisons de cette interdiction apparemment absurde lorsque je m’aperçus que j’avais sous-loué un logement social, c’est-à-dire un logement tenu sous la propriété de la Mairie. La soi-disant « propriétaire » disposait d’un bail à un prix très favorable et bien évidemment n’avait pas du tout le droit de le sous-louer ; elle craignait donc que mon courrier révèle au gardien ses affaires illicites.

La deuxième étape fut le studio qu’un ami italien me sous-loua dans le quartier Jeanne d’Arc. L’amitié était sincère et le prix honnête ; le problème, c’est qu’il s’agissait d’un studio au rez-de-chaussée d’un bâtiment vieux et délabré, avec un taux d’humidité très élevé, de la moisissure sur les murs et, pour couronner le tout, l’absence totale de chauffage – ce qui me força à acheter un radiateur électrique à et porter une combinaison thermique pendant le reste de l’hiver. Cependant, mes efforts de recherche furent récompensés, et vers la fin de l’hiver une heureuse coïncidence me permit de louer le studio qui m’a accueilli jusqu’à aujourd’hui. Un endroit que je n’oublierai pas, surtout qu’aucune maison, à l’exception de celle où je suis né, m’a hébergé pendant si longtemps. J’y ai habité pendant plus de trois ans, et malheureusement s’approche le moment où je serai obligé de le quitter, à cause de la fin du bail. Certains soirs d’hiver, de retour d’une journée à la bibliothèque, il m’accueillait avec ses 11 degrés… comme le savent bien ceux qui ont habité au dernier étage, les toits de Paris ne sont pas toujours l’idéal quant à l’isolation. Malgré cela, je l’ai toujours aimé. Pendant ces trois ans, ses 25 mètres carrés ont été tout : cuisine, salon, salle de bain, chambre et même salle de sport, car je l’ai équipé avec tout ce qu’il faut pour la pratique du fitness. La rue de Patay va me manquer…

Paris représente pour moi aussi le domaine des bibliothèques universitaires, qui ont été pendant longtemps le principal lieu de ma vie. Lieu principal et, à un moment donné, presque exclusif : dans la période entre la sortie de la Cité Universitaire et l’entrée dans mon studio de la rue de Patay, j’y passais non pas cinq, mais voire six jours par semaine. Je me souviens de la bibliothèque de la Cité Universitaire, la première que j’ai fréquentée à Paris; la bibliothèque de l’Ecole Normale Supérieure, avec son amalgame d’ancien et de moderne. La bibliothèque centrale de Paris-Diderot, peut-être moins fascinante mais pas moins accueillante, à quelques minutes à pied de chez moi. Et puis la bibliothèque Mitterrand, tellement monumentale qu’elle mérite de temps en temps une visite, même si l’on n’a pas envie ou besoin d’étudier. Mais surtout la bibliothèque de la Sorbonne, qui a été accueillie pendant des années rue de la Valette, juste à côté du Panthéon, et qui l’année dernière a enfin récupéré son siège historique en Place de la Sorbonne. Je suis heureux de l’avoir retrouvée là où elle était en 2008, ma première année de doctorat, avec beaucoup de nouveaux espaces et une Salle de Romilly renouvelée et encore plus belle. En revenant à ces lieux j’ai métaphoriquement fermé le cercle de mon parcours d’études à Paris.

Paris, c’est aussi le lieu où j’ai commencé à pratiquer le krav maga, ma préférée parmi les techniques de close-combat. Conçu et développé au sein de l’armée israélienne, il a par la suite été adapté au contexte civil. En France, il est arrivé plus tôt et a rayonné plus vite que dans d’autres pays, surtout grâce au travail infatigable de Richard Douieb, un élève direct du fondateur Imi Lichtenfeld. Douieb tient toujours ses cours dans le sous-sol du théâtre qui curieusement porte le nom de ma ville d’origine – le Théâtre Trévise. J’ai pratiqué pendant quelque temps sous la direction de Patrick Vincent, élève de Douieb, un caractère, j’avoue, très distinctif, un peu artiste martial et un peu comédien, ayant à son actif même quelques apparitions à la télévision. J’aurais voulu pratiquer plus longtemps, mais la philosophie était toujours là pour me rappeler que les engagements extra-académiques sont un luxe qu’un chercheur aura toujours du mal à se permettre. Cependant, mon sentiment d’appartenance à la discipline demeure forte. J’aime le krav maga comme j’aime la théorie déflationniste de la vérité1. L’un est martial, l’autre philosophique, mais les deux sont des formes de minimalisme: pas de fioritures et de superstructures, il n’y a que le nécessaire.

Paris ne m’a pas adopté : et après y avoir habité pendant sept ans, mon sentiment d’être un étranger demeure fort – même si à Jeanne d’Arc je me sens chez moi, et le Quartier Latin m’est familier non moins que le quartier où je suis né. Mais finalement, c’est depuis la fin de l’adolescence que je me sens étranger même dans la ville où j’ai vu le jour. J’envisageais rester le strict nécessaire pour terminer mes études ; au contraire, c’est encore à Paris que j’habite et travaille presque sept ans après le début de mon doctorat, et trois après sa fin.

Je ne sais pas combien de temps je passerai encore ici ; l’avenir n’est pas établi et j’en suis heureux. Je garde beaucoup d’images de Paris gravées dans ma mémoire.

Les murs illuminés de la Conciergerie, que j’admirais à travers les verrières d’une brasserie au bord de la Seine, mon premier soir à Paris.

Les lumières du Quartier Latin, le soir à la sortie de la Bibliothèque de la Sorbonne.

Le Pont Neuf, si majestueux, où de temps en temps je m’arrête pour observer la Seine, parfois calme, parfois moutonnante, prête à attaquer rageusement les digues. La Rue de l’Ecole de Médecine, un îlot de paix entre le Boulevard Saint-Germain et le Boulevard Saint-Michel.

La Cour aux Ernests du 45 rue d’Ulm, où il y a quelques années je vis un héron qui chercherait à se nourrir dans la fontaine, malheureusement pour lui dépourvue de poissons.

Les salles d’art et d’essai de la Rue Champollion, un petit paradis pour les cinéphiles, situé juste à côté de Place de la Sorbonne.

La skyline de Paris que j’ai l’occasion d’admirer à travers les fenêtres de la maison de Daniel, mon ancien directeur de recherche et un cher ami, qui habite au vingtième étage d’une tour pas loin de la Place d’Italie.

Ma promenade nocturne préférée : de la Madeleine à la Concorde à travers la Rue Royale, et ensuite sur les Tuileries jusqu’au Louvre et Pyramides.

Les couleurs et les parfums du quartier asiatique, avec son architecture typique, ses lanternes et ses restaurants : on pourrait m’y amener les yeux bandés, le parfum de nourriture vietnamienne me suffirait pour comprendre où je suis.

Le Passage Saint-André des Arts, qui demeure l’un de mes lieux préférés pour un thé ou un verre.

Les Champs Elysées dans les après-midi d’été : assis sur un banc, à l’ombre des arbres face aux Palais, on parvient encore à en saisir la beauté, au-delà du vacarme de la marée de touristes.

Je ne sais pas combien de temps encore je passerai à Paris. Si je pars, ces images viendront avec moi, et m’accompagneront pendant le reste de ma vie.

1 Au cours des millénaires, les philosophes ont essayé de définir ou d’analyser la notion de vérité de plusieurs manières : comme correspondance aux faits ; comme cohérence à l’intérieur d’un système de croyances ou de propositions ; comme le résultat idéal de l’enquête rationnelle. Le déflationnisme suggère que toutes ces tentatives sont erronées, parce que la notion de vérité n’identifie pas une propriété substantielle qui peut être analysée ou définie. La seul définition que l’on peut en fournir est implicite, faisant référence au « schéma d’équivalence » : <p> est vrai si et seulement si p. L’utilité du concept de vérité se trouve dans sa fonction expressive : il peut permettre de formuler des généralisations consistant en des conjonctions infinies. Pour une présentation et une défense du déflationnisme, voir P. Horwich (1998), Truth. Oxford : Oxford University Press.

(Merci à Marie pour l’aide de traduction !)

Paris | marzo 13, 2018

Lascia un commento